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Lettera al Ministro dell’Interno Matteo Salvini

Egregio Sig. Ministro,

il dono più grande in assoluto per due genitori è la nascita di un figlio; la disgrazia peggiore, vederselo strappare via all’improvviso. Il dolore che accompagnerà quella madre e quel padre sarà per sempre. Se la causa di questa morte è la tragedia stradale, converrà con me che il dolore ha un sapore ancora più amaro.

Sono Roberto Merli, papà di Alessandro, un ragazzo che ho visto nascere il 5 agosto 1985 e che ho visto morire, a poche centinaia di metri da casa, l’8 gennaio 2000 a causa di un ubriaco che l’ha investito e l’ha ucciso.

A soli 15 anni, mio figlio, è stato ammazzato da un conducente ubriaco.

Dal 2002 sono il referente provinciale dell’Associazione Italiana Familiari Vittime della Strada e, dal 2011, presidente dell’Associazione bresciana “CONdividere la Strada della Vita” che si occupa, prevalentemente, di portare un sostegno psicologico a chi, come me e mia moglie, ha perso un proprio caro sulla strada e, soprattutto, di diffondere la legalità stradale facendo opera di prevenzione nelle scuole di ogni ordine e grado, testimoniando quali genitori orfani dei propri figli, la propria esperienza di dolore affinché i giovani, fortemente sensibilizzati, abbiano una prospettiva diversa su cui riflettere.

Questa missione, troppe volte, mi ha portato ad incrociare sguardi annientati su volti di madri, padri, fratelli, nonni, amici violentati da crepe incancellabili. Gli stessi volti a cui avevano annunciato la morte di un caro. Al termine di ogni incontro, la triste conclusione a cui le mie solitarie e silenziose riflessioni conducono è la seguente: finché continueremo a chiamare incidente la morte sulla strada (causata magari da un ubriaco, un drogato, o da uno stolto incosciente) la nostra società non sarà mai degna di essere chiamata civile.

Dati alla mano, si scopre che ancora 4000 anime lasciano un segno “rosso sangue” sull’asfalto, senza dimenticare i 20.000 disabili gravi vittime della strada. Sono morti meno soldati in dieci anni di guerra in Afghanistan che in un anno sulle strade italiane.

Rousseau disse:

“Le rivoluzioni partono sempre dal basso, dalla base. E si chiamano rivoluzioni proprio perché nessuno, soprattutto quei “pochi” che stanno in alto, che amministrano, che comandano, che decidono per i molti, non hanno avuto lungimiranza, o la perspicacia, di comprendere che c’era ancora spazio e possibilità affinché qualcosa potesse essere completamente stravolto, ribaltato, cambiato; che potesse, appunto, avvenire una rivoluzione. Ma non potrà mai avvenire nessuna rivoluzione senza un sostanziale cambiamento di filosofia.”

Un nuovo modo, quindi, di vedere le cose. Ed è partendo dall’ultimo concetto espresso che noi dell’associazione “CONdividere la strada della vita” vogliamo iniziare.

Contribuire, in maniera efficace e ficcante, a gettare le fondamenta del sostanziale cambiamento di filosofia lavorando alla base affinché si verifichi quella tanto auspicata “rivoluzione stradale” che comporti, nel giro di qualche anno, la genesi di generazioni nuove e consapevolmente formate.

Dopo l’esperienza tra i ragazzi che ho incontrato nelle scuole in tutti questi anni, sono sempre più convinto della necessità di instaurare un rapporto improntato sul confronto dialettico diretto e mirato a stimolare in loro la capacità di acquisire sempre maggiore consapevolezza dello “stare al mondo”.

Non è mai troppo tardi per aiutarli a comprendere il senso del loro esistere e la sacralità della vita. Ogni volta che parlo ai ragazzi, mi accorgo di aver di fronte tenere esistenze annebbiate da un insulso e alquanto inquietante pressapochismo che, quasi inevitabilmente, potrebbe sfociare nel più devastante nichilismo futuro.

Ma nonostante tutto, quando osservo gli uomini di domani, percepisco anche di aver dinanzi occhi che ancora, insistentemente, cercano altri occhi da guardare e per lasciarsi guardare. Per questa ragione ad ogni incontro desidero regalare, ad ognuno di loro, uno sguardo fiducioso.

Tuttavia, sebbene siano più di 12.000 gli studenti che ogni anno incontriamo, questa missione non può e non deve rimanere solo ed unicamente il compito di un’associazione di volontariato. L’obbligo morale del cambiamento culturale deve essere un dovere comune a tutti, cittadini e istituzioni.

L’Associazione che rappresento chiede, ed insiste fortemente, che questo governo si impegni affinché venga ripristinata l’ora di educazione civica nelle scuole di ogni ordine e grado e che, all’interno del programma, venga inserita anche l’educazione alla legalità stradale, secondo quanto enunciato dall’art. 230 del Codice della Strada laddove recita …allo scopo di promuovere la formazione dei giovani in materia di comportamento stradale e della sicurezza del traffico e della circolazione… lo stato predispone appositi programmi da svolgere come attività obbligatoria nelle scuole di ogni ordine e grado…e le scuole materne… che concernano la conoscenza dei principi della sicurezza stradale… e delle regole di comportamento degli utenti con particolare riferimento all’informazione sui rischi…”

Spero tanto, signor Ministro che non rimanga insensibile alla nostra richiesta.

E’ la richiesta di genitori che hanno perso i propri figli (a cui nessuno e niente li ridarà indietro) e che, al contempo, vogliono che altri giovani non debbano perdere la vita sulle strade e che altri padri e madri non debbano sopportare il dolore con cui noi, ogni santo giorno, ci troviamo a convivere.

Queste poche righe vogliono essere un accorato appello al buon senso e all’impegno che contraddistinguono anzitutto un padre, quale lei è, che farebbe di tutto perché i propri figli la sera tornino a casa sani e salvi.

Ci creda anche lei, signor Ministro: non è mai troppo tardi per insegnare la sacralità della vita ai giovani.

Grazie

Roberto Merli

Presidente dell’Associazione Condividere la Strada della Vita

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